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LIBERA DI ABORTIRE L'APPELLO

IN ITALIA UNA DONNA NON È LIBERA DI ABORTIRE

A 43 anni dall’entrata in vigore della legge 194 che ha decriminalizzato e regolamentato il diritto all’aborto, non siamo ancora nella condizione di decidere autonomamente e accedere liberamente all’interruzione volontaria di gravidanza, per colpa del numero altissimo di obiettori, delle violenze fisiche e psicologiche, dell’assenza di informazioni chiare e scientificamente corrette e delle amministrazioni anti-abortiste.

Alla luce della situazione allarmante e dei dati drammatici che abbiamo raccolto e che racconteremo approfonditamente qui di seguito, rivolgiamo un appello al Governo italiano, e in particolare al ministro della Salute Roberto Speranza.

LA SITUAZIONE IN ITALIA E NEL MONDO

La situazione in Italia



    Alcune Giunte regionali, come quelle di Marche e Abruzzo, sfruttano le zone grigie della legge 194 del 1978 per impedire nei fatti un aborto civile, rifutandosi di seguire le nuove linee di indirizzo ministeriali sull’aborto farmacologico e svuotando così di significato il riconoscimento giuridico dei diritti riproduttivi.
    In queste regioni, alle donne che scelgono di interrompere una gravidanza viene impedito di assumere la pillola abortiva RU486 nei consultori, nelle strutture ambulatoriali o in day hospital, sulla base di motivazioni antiscientifiche, impedendo dunque alle persone di esercitare il proprio legittimo diritto di scelta riguardo al metodo a cui poter ricorrere per interrompere una gravidanza. 

    Si moltiplicano anche i bandi che vogliono favorire le associazioni no-choice all’interno dei consultori: come quello avviato dalla Regione Piemonte, che mira ad attivare convenzioni con organizzazioni che nel proprio statuto riportano “la finalità di tutela della vita fin dal concepimento”.

    A Matera, in Basilicata, l’unico medico non obiettore di coscienza in ASL è andato in pensione a fine 2020, costringendo le persone a spostarsi fino a Potenza, per poter accedere all’interruzione volontaria di gravidanza.

    In Regione Lombardia è stata bocciata, a febbraio, la proposta di legge di iniziativa  popolare “Aborto al Sicuro”. La legge tra l’altro prevedeva l’accesso a metodi contraccettivi gratuiti a lunga durata d’azione (confetti sottocute a lento rilascio o spirali),  soluzione che, se fornita contestualmente all’IVG, favorirebbe, secondo la letteratura scientifica, l’educazione alla prevenzione.

    In Molise il 92% dei medici sono obiettori di coscienza. A Bolzano si arriva all’87% mentre in Abruzzo, Puglia, Basilicata e Sicilia si supera l’80%.

    Nel corso dell’inchiesta “In nome di tutte” lanciata pochi mesi fa da L’Espresso, centinaia di donne hanno raccontato le violenze fisiche e psicologiche a cui sono state sottoposte per mano delle istituzioni pubbliche italiane.

    Con la pandemia da COVID-19 l’accesso ai percorsi di interruzione volontaria di gravidanza è stato altamente osteggiato attraverso la chiusura di reparti, la sospensione del servizio farmacologico, imponendo così il ricorso al metodo chirurgico in alcuni ospedali, la riduzione dei giorni di accesso agli ambulatori e la carenza del personale. Per molte donne accedere ad una IVG è stato quasi impossibile a causa del sovraffollamento di prenotazioni. Ciò a dispetto del fatto che le linee guida ministeriali definissero come prestazione indifferibile l’interruzione volontaria di gravidanza anche in caso di positività al virus.

    La campagna di vaccinazione contro il COVID-19 e l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, introdotto con decreto ministeriale il 7 aprile 2021, hanno riaperto il dibattito sull’obiezione di coscienza su motivazioni altre dall’aborto e sulle conseguenze dannose dell’obiezione esercitata da intere strutture: chi decide di non vaccinarsi, ed è quindi un obiettore, viene trasferito in un nuovo reparto o gli viene temporaneamente sospeso lo stipendio fino al termine della campagna vaccinale. L’obiezione di coscienza all’interruzione volontaria di gravidanza, invece, continua a registrare percentuali del 70% su tutta Italia da parte dei ginecologi, senza che le Regioni reagiscano o che la questione venga percepita e trattata come allarmante dalle istituzioni e dagli enti responsabili.

    Alla percentuale di ginecologi che esercita obiezione di coscienza va aggiunto il numero di obiettori anestesisti (46%), e quello del personale non medico (42%), come gli infermieri e gli operatori socio-sanitari, per i quali le possibilità di esercitare obiezione di coscienza sono molto limitate dalla legge.

    Il Comitato europeo dei diritti sociali, organo del Consiglio d’Europa, ha recentemente denunciato i gravi difetti del sistema italiano in tema di diritto all’aborto: il Ministero della Salute da diversi anni non fornisce, neanche su richiesta, i dati aggiornati sulle violazioni dei diritti riproduttivi, sugli aborti clandestini e sulle conseguenze dell’aumento degli obiettori. Per il Comitato, l’Italia viola l’art. 11 della Carta Sociale Europea: “Ogni persona ha diritto di usufruire di tutte le misure che le consentano di godere del miglior stato di salute ottenibile”.
    Nessuna risposta è giunta dal Ministero della Salute in seguito alla valutazione negativa del Comitato.

    Il sito web istituzionale del Ministero della Salute riporta indicazioni incredibilmente insufficienti sull’aborto: non viene spiegato come una persona possa accedervi nella propria Regione né cosa si debba fare per esercitare il proprio diritto. C’è però molto spazio dedicato ad informazioni miranti a dissuadere dall’interruzione volontaria di gravidanza.

    Per quanto riguarda le pratiche clandestine di aborto i sistemi di rilevazione statistica sono inadeguati rispetto ai farmaci con effetti abortivi oggi comunemente reperibili, oltre che rispetto alle mutate dinamiche sociali e demografiche. Indagini conoscitive aggiornate sull’aborto clandestino in Italia sarebbero tanto più necessarie alla luce del mutato contesto normativo.  Nel 2016 il legislatore ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza clandestina, al contempo però innalzando in misura sproporzionata la sanzione pecuniaria. L’ammontare della sanzione pecuniaria in caso di aborto clandestino è passata dalla cifra simbolica di 51 euro ad una multa dai 5.000 ai 10.000 euro.  Le conseguenze sono evidenti. Da un lato, chi ha abortito clandestinamente e ne subisce gli effetti, temendo le ripercussioni legali, non è incentivato a ricorrere al Servizio Sanitario Nazionale nè a denunciare chi pratica attività illecite e dannose. Dall’altro lato emerge, ancora una volta, la conseguenza culturale e sociale dello stigma, che fa ricadere la responsabilità prevalentemente su chi accede ad una IVG clandestina, invece di ampliare e garantire l’accesso gratuito e sicuro per tutte le donne che ne hanno necessità.

    Le istituzioni scolastiche ancora oggi non hanno né linee guida chiare né fondi dedicati a programmi strutturali e continuativi sull’informazione sessuale e di educazione alla prevenzione. Bambini, bambine, ragazzi e ragazze hanno il diritto di ricevere una corretta informazione sessuale e affettiva, dal punto di vista culturale e giuridico. Come auspicato dalle leggi 405/1975 e 194/1978, è fondamentale che questi programmi diventino parte integrante dell’istruzione, responsabile dei futuri cittadini e cittadine.

La situazione nel mondo



    E’ un conflitto mondiale, quello che si sta consumando oggi in moltissimi paesi e che ha come campo di battaglia il corpo delle donne, i loro diritti riproduttivi e la laicità dello Stato.

    Ad esempio in Polonia, dove il 98% degli aborti effettuati risulta legato a malformazioni fetali, una recente sentenza della Corte costituzionale ha negato la possibilità di ricorrere ad una interruzione volontaria di gravidanza anche in questo caso. Le donne polacche sono così costrette a fare ricorso ad internet per cercare di ottenere pillole abortive così da poter interrompere una gravidanza anche in assenza delle due uniche motivazioni permesse (stupro o incesto e pericolo di vita per la donna).

    L’attacco globale ha fatto fiorire però una vera e propria mobilitazione internazionale: sempre più persone ricorrono alle armi del diritto, organizzandosi per sollevare quesiti di costituzionalità rispetto a leggi discriminatorie. Dove invece è lo stesso sistema legale a privarle della libera scelta, la resistenza prende la forma di organizzazioni come “Abortion Without Borders” per aiutare chi lo richiede ad accedere all’aborto in casa con le pillole o all’estero nelle cliniche.

L'APPELLO AL MINISTRO DELLA SALUTE

Alla luce di tutto ciò rivolgiamo un appello al Governo italiano, e in particolare ministro della Salute Roberto Speranza, titolare delle competenze in materia, perché si attivino urgentemente per:

Favorire l'assunzione di nuovi medici non obiettori
    creando un fondo in favore delle Regioni per l’indizione di concorsi finalizzati all’assunzione in servizio a tempo indeterminato, secondo quanto previsto dal contratto collettivo nazionale del SSN con riferimento esplicito all’impiego nei settori Day Hospital e Day Surgery per l’applicazione della legge 194/1978 Interruzione di gravidanza, con l’esplicita accettazione, senza riserve, di tutte le disposizioni che disciplinano tale impiego e l’eventualità della risoluzione immediata del rapporto di lavoro qualora venissero a mancare i presupposti requisiti, così come previsto a titolo di esempio nel bando della Regione Lazio del 2015. 
Incentivare o disincentivare le Regioni in funzione dell’efficienza del servizio di IVG
    inserendo nell’ambito del calcolo del punteggio dei c.d. LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), un indicatore specifico, con peso significativo, che misuri la presenza/assenza di servizi per l’interruzione volontaria di gravidanza, i tempi d’attesa, la possibilità di scelta del metodo, l’estensione dei tempi per aborto farmacologico a 9 settimane da parte di tutti gli ospedali in adeguamento alle linee guida ministeriali di giugno 2020, cosicché le Regioni che non garantiscono tale prestazioni sarebbero penalizzate nel finanziamenti. Si potrebbe anche incentivare la pianificazione organizzativa finalizzata a contemperare distribuzione, accessibilità ed efficiente erogazione del servizio.

Favorire il ricorso alla telemedicina per i colloqui video tra paziente e medico e il rilascio telematico del certificato necessario per l'IVG
    sfruttando l’accordo Stato-Regioni del 17 dicembre 2020 che potrebbe permettere alle pazienti di rivendicare la possibilità di certificato telemedico anche per accedere alle pratiche di interruzione volontaria di gravidanza. Il certificato medico necessario per l’interruzione volontaria di gravidanza, infatti, sarebbe ottenibile in telemedicina tramite video colloquio con il medico, equiparandolo quindi ufficialmente, come già accade in Francia, Inghilterra, Scozia e Danimarca, ad un certificato ottenuto in presenza.

Fornire informazioni complete sull’aborto
    attraverso il sito del Ministero della Salute, includendo una mappa delle strutture ospedaliere dove poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza e un vademecum esplicativo che riporti con chiarezza i diritti delle donne che vogliono accedere al servizio, i potenziali pericoli e ostacoli e come affrontarli. La relazione annuale del Ministero della Salute sulla attuazione della legge 194/1978 riporta una profilazione dettagliata delle “caratteristiche delle donne che fanno ricorso all’IVG”, ma similmente non viene fatto rispetto al personale medico sanitario che si occupa di erogare il servizio. Una conoscenza approfondita e una raccolta dati effettuata dalle autorità competenti, potrebbe permettere, invece, una azione regionale più puntuale nel garantire una adeguata distribuzione territoriale del servizio di IVG.
Rendere obbligatori percorsi di formazione e aggiornamento del personale sanitario
    sia nei consultori che negli ospedali. E’ fondamentale prevedere ambiti di adeguata formazione anche all’interno dei corsi universitari di medicina e chirurgia, di infermieristica, per operatori socio sanitari, oltre che nelle Scuole di specializzazione di ginecologia ed ostetricia. E’ necessario, infatti, che vengano introdotte all’interno dei corsi lezioni specificamente incentrate e aggiornate sulle previsioni della legge 194 e sulle pratiche di interruzione volontaria di gravidanza.
Rendere obbligatori progetti continuativi di informazione su sessualità e affettività nelle scuole
    creando un fondo, di concerto con il Ministero dell’Istruzione, in favore delle Regioni per sostenere progetti e iniziative formative di lunga durata nelle scuole, che perseguano obiettivi quali lo sviluppo di una sessualità consapevole e responsabile. I programmi devono avere lo scopo di informare, formare e accompagnare i giovani e le giovani su tematiche quali i metodi contraccettivi, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, l’esistenza e le modalità di accesso ai servizi di consulenza e a tutti i servizi sanitari relativi alla salute sessuale e riproduttiva disponibili sul territorio, incluso tutto ciò che riguarda il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, in termini di accesso, procedure e modalità. Al contempo si devono valorizzare il ruolo e le competenze della rete dei consultori familiari.

Non restare a guardare. Firma l’appello perché ogni persona in Italia sia davvero libera di accedere pienamente al suo diritto di scelta, perché sia davvero Libera di Abortire.